SERATE VENEZIANE
È stato davvero detto tutto su Venezia? Malinconia della sera a Venezia.
Una città di innamorati. Il mondo della provincia e il mondo moderno.

venezia 2021

“Vuoi parlare di Venezia?” mi aveva detto l’amica. “Oh, che ti piglia? Se tutto è stato già detto, se niente è stato taciuto! Sei proprio pazzo!”
Ed io che non ricordavo niente di quello che era stato detto da altri! Arrivo a Venezia di notte, dopo una prima discussione coi facchini della stazione raggiungo, guidato da uno di essi che mi portava i bagagli, la modesta casa, dove avevo preso una camera a pigione. La padrona, che mi conosceva appena per altra breve residenza che avevo fatto in altra epoca, era assente: un biglietto, attaccato al campanello, mi avvertiva di rivolgermi alla signora accanto, nelle cui mani erano in consegna le chiavi di casa: divento così padrone di tutta la casa, giro per le stanze vuote
alla ricerca della camera destinata a me. Tanta fiducia nella mia discrezione mi commuove, io non me la sarei mai immaginata di questi tempi.
Esco per andare in piazza, in quella famosa piazza di San Marco, dove la bellezza artistica si unisce al pittoresco di tutta la scena, per creare uno degli spettacoli più belli del mondo. La folla è a passeggio come in un immenso salone, incontrandosi più volte è come se si stabilisse una stretta
conoscenza reciproca: gli stranieri si confondono con i cittadini, il comune amore per la città unisce i sentimenti degli uni e degli altri.
Vengono qui gli sposi in viaggio di nozze, vengono i fidanzati a passare le ore delle loro illusioni, e quanti ne vedo! Giovani studenti ed operai scherzano con le loro compagne, un’amicizia amorosa li unisce. Ignoro, né so immaginare se i rapporti che hanno possano diventare intimi, ma mi pare che ciò non è necessario che debba accadere proprio con quelli di loro che più sembra si conoscano. Una leggerezza piacevole è nei loro tratti, forse non c’è la vera coscienza del loro vivere, ma è tanto bella sì dolce smemoratezza.
Io sono solo; non ho amici né ragazze che mi facciano compagnia. Penso agli altri, ai molti come me, e la felicità altrui o il sogno di felicità mi riempie il cuore di malinconia. Questa è la città della contemplazione, la sua bellezza, la sua quiete invita a pensare ai casi della vita. E chi pensa, non può non essere malinconico, perché non credo che ci siano persone che abbiano da essere in tutto contente di quello che è loro accaduto.
Ma come è soave questa malinconia! Ci si sente elevare al di sopra delle meschine contingenze della vita, ci si sente qualcuno che non può confondersi con la massa incosciente degli uomini brutali.
Forse, a volte, tale malinconia diventa struggente da non potersi sopportare: è quello che dicono molti che hanno paura della loro solitudine. Io no, io ci sto quasi bene.
Penso a una cortigiana dell’anno passato, che rassomigliava tanto a una mia amica perduta, e che quando la vidi allora mi fece battere il cuore del palpito tumultuoso dell’amore. Era una donna alta e bruna, con un volto di lupa ardente, nel quale i tratti erano marcati di triste risolutezza. La vidi più volte allontanarsi con qualcuno dei suoi numerosi amici, coi quali si intratteneva nella piazza. Ella si accorse di me. E anche questa volta la vidi sorpassare svelta la gente, con l’idea di farsi notare. Mi scrutò con gli occhi, ed io, non so perché, io che volevo vederla, distolsi lo sguardo.
Ecco cos’è Venezia: una città nella quale è possibile a un forestiero incontrare a distanza di anni una persona che si conosce appena di vista, di cui non si sa nulla, e che pur si vorrebbe rivedere! Una città umana, insomma, nella quale la convivenza non è peso opprimente, ma conforto reciproco.
Sono andato al bar a vedere se ci fosse ancora la gentile ragazza che così cortesemente mi serviva. Era là, davanti alla sua macchina fumante, e sembrò non riconoscermi: io non dissi nulla, non volli provocare una bugia che certamente le avrei strappato per il desiderio di compiacermi.
Oppure no, mi avrebbe detto francamente che non si ricordava più di me, ma con tanto sincero rammarico, con tale fresca cortesia, che io non ne sarei rimasto ferito: tanto grande è in questa città la schiettezza raffinata dei modi!
Nei piccoli caffè vanno i veneziani a passare le loro ore di svago e di riposo e, circondati dagli stranieri ammiratori della loro città, non se ne accorgono nemmeno: e quelli si sentono pure come se fossero a casa loro. Poi, a notte avanzata, nelle strette calli i gatti diventano i padroni della città: più numerosi che non le persone. E chi cammina solo, preoccupato di sbagliare strada nel sottile labirinto che si snoda all’infinito, nella penombra pittoresca che qua e là muta gli aspetti delle cose, pensa alla gran sicurezza di questa città dove il delitto raramente fa la sua tragica apparizione.
Al Lido, il Casinò brilla di luci; e Christian Dior presenta i suoi modelli estivi di Parigi a una folla di elegantoni, uomini e donne, che hanno denaro da spendere; nelle sale da giuoco, c’è il silenzio che precede le ore risolutive della vita. Io vedo, ammiro, e non rischio nemmeno duecento lire.
Preferisco tornare a casa sul vaporetto, che dà le delizie della navigazione a chi è abituato a muoversi sempre in terra; e poi dall’alto della mia abitazione, prima di prendere sonno sento voci innamorate che cantano da qualche gondola ferma nel canale, come se nella fresca notte di primavera facessero una serenata anche per me.


 Mario La Cava

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